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Tutorie, la politica adesso decida
Le associazioni: la riorganizzazione del settore deve essere una priorità della prossima legislatura

Tutorie, le associazioni attive in Ticino nel settore chiedono alla politica di pronunciarsi sulla riorganizzazione del settore: ‘Deve essere una delle priorità della prossima legislatura’.

Con un occhio al giudiziario, chiedono di essere ascoltate ‘seriamente’

tipress arpLa riorganizzazione in Ticino del settore tutele e curatele «deve essere una delle priorità della prossima legislatura». Perché è già passato troppo tempo. E il settore, in particolare per quanto concerne le Autorità regionali di protezione, a detta di molti deve essere rivisto, «con urgenza». Perché, osserva Pietro Vanetti, presidente dell’Associazione genitori non affidatari (Agna), «è un tema che riguarda un terzo degli adulti e, loro malgrado, un terzo dei bambini. E la politica non presta sufficiente attenzione a questo problema».

Considerato come l’indirizzo preso dal Dipartimento istituzioni è quello di ‘cantonalizzare’ le Arp, rimanendo in ambito amministrativo, per Vanetti «è fondamentale che, seriamente, chi ha in mano la riorganizzazione ci ascolti». Nel senso che «chiediamo di essere coinvolti, per fare in modo che il progetto nasca in modo condiviso e tenga in considerazione la visione dell’utenza, non solo quella degli operatori e dei finanziatori». Perché per Vanetti «sono le associazioni come le nostre che hanno il polso della situazione, conoscono il territorio e sanno di cosa hanno bisogno le persone». Ascolto e coinvolgimento sono al centro anche delle richieste formulate dalla coordinatrice dell’Associazione ticinese famiglie monoparentali e ricostituite, Lisa Bacchetta: «Un ascolto che però sia regolare, che ci veda veramente attori in un tavolo di discussione. Perché vogliamo sottoporre diverse nostre proposte che andrebbero, secondo noi, a migliorare la situazione». Proposte che sono ad esempio l’istituzione di «un Tribunale di famiglia», quindi il passaggio dal modello amministrativo a quello giudiziario che «garantisce decisioni più autorevoli e riconosciute anche in altri Cantoni e all’estero». L’altra proposta è un netto cambio di paradigma in seno alle Autorità regionali di protezione: «Il presidente di un’Arp ha competenze giuridiche, certo. Ma ci sono tanti casi nei quali un’interdisciplinarità aiuterebbe». Così, continua Bacchetta, «le Arp potrebbero essere accompagnate anche da figure professionali come psicologi o persone che conoscono bene i mutamenti della società, che potrebbero portare ad avere uno sguardo più completo e preciso sulle dinamiche in atto, comprendere meglio certe situazioni».

In tempi brevi però, come fa presente Rudy Novena, attivo nell’Agna ma anche segretario operativo della Conferenza cantonale dei genitori: «La prima cosa che deve arrivare al nuovo parlamento dopo le elezioni è una tempistica chiara e definita per questa riorganizzazione, siamo stufi del dilatarsi dei tempi». Ma nel frattempo, vale a dire in attesa dell’analisi di costi e ricavi del progetto, «miglioriamo quello che c’è già, sfruttiamo la base di partenza e lavoriamo soprattutto sulla formazione delle persone coinvolte in queste decisioni e sulla messa in rete, la condivisione delle conoscenze». Di formazione parla anche la direttrice dell’Aspi - Fondazione per la protezione dell’infanzia Myriam CaranzanoMaitre, assieme a una «prevenzione a tappeto». Collaborando, come già ora accade, con le scuole ad esempio: «Ma occorre un potenziamento, vorremmo maggiori risorse finanziarie a disposizione». Prevenzione spiegando ai bimbi come comportarsi e a chi rivolgersi in caso di bisogno certo, ma anche per gli insegnanti: «Non è ammissibile che un docente possa non sapere cosa sia un’Arp». Per Claudia Nespeca, psichiatra della Clinica Santa Croce di Orselina «è essenziale confrontarsi apertamente, è sbagliato credere che evitare i conflitti e ragionare per compartimenti stagni aiuti. Tutti gli attori coinvolti devono discutere apertamente, e meglio. È l’unica strada». Infine, se per il Consiglio degli anziani “preoccupa il fatto che in questa riorganizzazione non è considerata la persona nella sua interezza, e nemmeno il riferimento e coinvolgimento importante del familiare o della rete curante”, per il “Gruppo 20 novembre per i diritti del bambino” il bene dei fanciulli “deve essere messo al centro di tutto”.

‘Scarso approfondimento dei dossier’. ‘Maggiore preparazione professionale’

«Lo ripeto da anni: quando il caso riguarda un fanciullo, è il bambino che va messo al centro, mentre a volte ho l’impressione che al centro vi siano le procedure», afferma Myriam Caranzano-Maitre. Porre il fanciullo al centro significa fra l’altro «rispettare i suoi tempi, tempi urgenti, molto più brevi di quelli di un adulto». Rileva Pietro Vanetti: «Come si fa a parlare di rispetto dei diritti del bambino quando per esempio da un anno e mezzo è sospeso il diritto di visita del padre perché l’Arp continua ad assecondare le richieste della madre e questo nonostante l’autorità di vigilanza dica, con due decisioni, di ripristinare il diritto di visita del papà?!». Racconta Lisa Bacchetta: «Il nostro sportello d’ascolto riceve in media circa 150 chiamate all’anno di persone confrontate con decisioni delle Autorità regionali di protezione. E non pochi sono i problemi che ci vengono segnalati. Tra quelli principali figurano lo scarso approfondimento dei dossier da parte delle Arp e la loro limitata conoscenza dei servizi presenti sul territorio che possono intervenire per collaborare nella presa a carico di un determinato caso». E a proposito di tempi «ci sono diversi utenti che lamentano attese troppo lunghe per una decisione». Insomma, aggiunge Bacchetta, «c’è una discontinuità nella qualità e nei tempi delle decisioni». In altre parole, non tutte le Arp funzionano egregiamente o ‘viaggiano’ alla stessa velocità. Per Claudia Nespeca: «Parliamo di un tema estremamente delicato, e mi riferisco qui alla tutela e ai diritti del paziente anziano, dove anche il lavoro in rete, ovvero la cooperazione fra servizi e associazioni, è importante, molto importante. Questo lavoro va migliorato e presuppone fra i vari enti anche una fiducia reciproca. E la loro reperibilità. Da questo punto di vista i tempi per mettersi in contatto con molte Arp sono un po’ ridotti». Ciò, secondo Rudy Novena, «è da ricondurre in particolare alla mancanza, nelle Arp in generale, di un numero sufficiente di risorse umane». Ma non c’è solo un problema di numeri. «Serve una maggiore preparazione professionale di coloro che operano nelle Arp, le quali devono puntare su un’approccio multidisciplinare ai casi», osservano Vanetti e Novena.

‘Siamo assolutamente disponibili all’ascolto’

La direttrice Frida Andreotti

«Siamo assolutamente disponibili all’ascolto». Per le associazioni, la porta della Divisione della giustizia è più che aperta. È la direttrice Frida Andreotti, da noi raggiunta, a confermarlo: «Il gruppo di progetto che si occuperà della riorganizzazione del settore è stato recentemente istituito dal Consiglio di Stato, anche se la figura del capo progetto non è ancora stata individuata». Parallelo a questo gruppo, dal quale discenderanno dei sottogruppi tematici, «verrà creato un luogo d’incontro dedicato, dove tutte le associazioni ed enti coinvolti avranno la possibilità di esprimersi, confrontarsi, portare le proprie proposte e giustificare quindi le proprie ragioni. La nostra idea – spiega Andreotti – è stata creare un gruppo di progetto strategico più istituzionale accompagnato anche da un gremio allargato che riunisca gli attori interessati dalla riforma». L’approccio della Divisione della giustizia, insomma, è «coinvolgere gli interessati, tenendo quindi conto nel limite del possibile, delle loro più svariate sollecitazioni. È un settore importante quello delle Arp, che ha bisogno del contributo di tutti». C’è da dire però, annota Andreotti, che «stiamo già ascoltando da tempo le persone o le associazioni che vogliono farsi sentire in merito alla questione delle Arp, le basi per un buon dialogo ci sono già». Nel progetto di cantonalizzazione del settore è stata richiesta una valutazione dei costi alla società Ernst & Young. «Sì, è una valutazione complessiva dei costi di funzionamento del settore del diritto della protezione, in particolare delle attuali 16 Arp. A fine giugno avremo il risultato finale di questa valutazione».

 
Invito a partecipare - Questionario dedicato ai canditati delle prossime elezioni cantonali

Gentili Candidate, Signori Candidati alle Elezioni per il rinnovo del Consiglio di Stato e del Gran Consiglio,

Un divorzio o una separazione, è un fatto giuridico che vede coinvolti volontariamente un cittadino adulto su tre e involontariamente altrettanti bambini.

Vista la sua dimensione, è evidente che la comunità e la politica, non può non dedicarvi la massima attenzione, riconoscendo l’evoluzione dei costumi della popolazione, applicando i suggerimenti innovativi del mondo scientifico.

E a tal proposito noi di AGNA gradiremmo sottoporvi alcune domande per capire il vostro grado di preparazione su questo tema.

Le vostre risposte le pubblicheremo sul nostro sito e le trasmetteremo ai membri di AGNA.
Certamente li influenzeranno nella decisione di chi sostenere con il loro voto alle prossime elezioni.

Per accedere al formulario ONLINE clicca qui!

 
Decidano le Preture

Tutorie, i genitori non affidatari contro il governo: chiedono il modello giudiziario Pietro Vanetti: ‘Oggi non ci sono decisioni univoche, con il modello amministrativo ci sono troppe difformità di giudizio’

laRegione 15 Maggio 2018 - Di Jacopo Scarinci

foto 15 05 2018Implementare il sistema attuale ‘non aumenterà la qualità’

Quella del Consiglio di Stato in merito alla riorganizzazione del settore della protezione del minore e dell’adulto – quindi, delle Arp – è stata «una retromarcia» che l’Associazione genitori non affidatari (Agna) contesta in toto. E per questo motivo ha inviato una lunga lettera al Gran Consiglio, che si chinerà sul tema nella sessione che avrà inizio il 28 maggio.

Il contendere?

Nel dicembre 2014 venne licenziato un messaggio che, a ricordarlo è lo stesso esecutivo, ‘‘verteva sull’attribuzione delle competenze in materia alle Preture, con l’accorpamento delle Autorità regionali di protezione all’interno di queste Autorità giudiziarie’’. Quindi – seguendo anche il rapporto elaborato da un apposito Gruppo di lavoro costituito l’anno precedente – il modello giudiziario veniva considerato più affidabile di quello amministrativo, vale a dire quello attuale.

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Bigenitorialità? Crederci
Il lungo e delicato processo legislativo inerente all’affidamento dei figli di genitori divisi ha dovuto confrontarsi con i mutamenti sociali in atto anche nelle famiglie ticinesi: quali i contraccolpi e quali gli stimoli positivi? Nostra intervista a Ma

Da: laRegione - 10 Apr 2018 - Di Cristina Ferrari

Mamma e papà e in mezzo loro

Le cifre ce lo confermano. Se il numero di matrimoni e unioni continua a scendere, quello di separazioni e divorzi tende diversamente a gonfiarsi. Addii che comportano, spesso, dolori e tensioni, soprattutto se la coppia non è sola. Perché accanto alle preoccupazioni e ai punti interrogativi di una nuova vita si fa largo il problema del come suddividersi i piaceri, e gli onori, dell’educazione dei figli. Un processo legislativo lungo, quello a cui è andato incontro l’ordinamento svizzero, consolidatosi in oltre tre lustri, e a monte del quale vi è il concetto, fondamentale, della bigenitorialità. Un processo che in Svizzera è stato avviato nel 2000, con la nuova legge sul divorzio, e che è passato attraverso la ‘grande rivoluzione’ del 2014 e l’approdo, nel 2017, alla custodia alternata. Di questo importante passaggio, nel ruolo di genitori divisi ma uniti dalla presenza di uno o più figli, e dei suoi delicati risvolti sulla nostra società e sulla nostra cultura, ne abbiamo parlato con l’avvocato Maria De Pascale, esperta in diritto di famiglia e collaboratrice esterna dello studio legale Prospero di Lugano. «Il concetto di bigenitorialità nasce nel 1989 con la Convenzione Onu di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dove per la prima volta si parla del bambino in termini di diritti – ci spiega gli albori della tematica –, e cioè, del diritto che mamma e papà partecipino entrambi attivamente nella stessa misura alla sua crescita, alla sua formazione, e questo a prescindere che siano sposati o separati. Convenzione, sottoscritta dalla Svizzera il 24 febbraio 1997, fra quelle che hanno ottenuto le maggiori ratifiche a livello di Stati. Non ebbe però un’immediata traduzione in pratica». Il cosiddetto ‘appalto’ dei figli, con rispettive maggiori responsabilità, non fu dunque più solo a carico della madre? «Varie dinamiche si sono intersecate. Sia il legislatore sia i giudici hanno risentito per anni del modello di famiglia tradizionale in cui la mamma era la regina della casa e il papà lavorava occupandosi delle questioni economiche. Vi era una centralità della figura materna nell’accudimento dei bambini. Inoltre, la legge non prevedeva l’autorità parentale congiunta al di fuori delle famiglie unite in matrimonio. Quando la famiglia si scioglieva il giudice doveva decidere a chi attribuire l’autorità parentale ed era un automatismo che proseguisse con chi fino a quel momento si era occupato dei figli e, quindi, la mamma».

L’apice della custodia alternata

Nel 2000, per la prima volta, viene inserita nel Codice civile la possibilità che il giudice disponga dell’autorità parentale congiunta, ma ciò con dei paletti: dev’esserci l’accordo dei genitori, altrimenti il giudice, dovendo applicare la legge, doveva disporre l’affidamento esclusivo ad uno o l’altro genitore, preferendo sempre quello che fino a quel momento si era dedicato di più ai figli, anche per garantirne la stessa impostazione educativa. Avvertendo però nel tempo un certo ‘scollamento’ dai mutamenti sociali in atto: «Le famiglie nell’ultimo ventennio sono mutate – ci illustra i cambiamenti l’avvocato –, le donne hanno sentito l’esigenza di avere una propria professione per realizzarsi, i papà hanno assaporato il piacere della paternità partecipando più attivamente all’educazione dei figli (fare i compiti insieme per esempio), quando in passato le decisioni le assumeva soprattutto la mamma e i papà andavano a rimorchio. Una legge, dunque, che non soddisfaceva appieno. Anche se entrambi i genitori dovevano essere informati e compartecipi nelle decisioni, uno dei due perdeva la continuità della relazione». E le conflittualità non mancavano. «La grande rivoluzione la si ha nel 2014 – rimarca Maria De Pascale – quando entra in vigore la Legge federale sull’autorità parentale. Si ribaltano i termini e la regola adesso è l’affidamento congiunto. Con una sola differenza, le coppie non sposate lo devono richiedere. I genitori insieme devono decidere per la custodia e sono coprotagonisti di un accordo, altrimenti entra in scena il mediatore familiare». Quattro anni più tardi, nuova fondamentale svolta, la custodia alternata.

 
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