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Tutele, lettera al Dipartimento PDF Stampa E-mail
Lunedì 04 Luglio 2016 15:45

La presidente della sottocommissione: sul passaggio al sistema giudiziario non c’è consenso unanime

di Andrea Manna

RueckertRückert: chiediamo di valutare il mantenimento del modello amministrativo, apportandovi una serie di correttivi.

In Ticino la nuova organizzazione, frutto degli adattamenti delle norme e delle strutture cantonali al riformato diritto tutorio federale, ha visto la luce nel gennaio del 2013. Una nuova organizzazione in materia di tutele e curatele che poggia su tre pilastri: le Autorità regionali di protezione (le Arp hanno rimpiazzato le Commissioni tutorie regionali), la professionalizzazione dei rispettivi presidenti (il loro grado di occupazione non deve essere inferiore all’80 per cento) e la Camera di protezione (attiva in seno al Tribunale di appello, delibera sui ricorsi contro le decisioni delle Arp e nel contempo vigila sull’operato di queste ultime attraverso degli ispettori). Lo scorso settembre, poi, il Gran Consiglio ha varato alcuni correttivi legislativi proposti dal governo per migliorare il funzionamento del settore, fra cui l’introduzione di un picchetto nei weekend e nei giorni festivi per i casi urgenti, come il collocamento di un minorenne. Ma il cantiere è ancora aperto. Nel dicembre 2014 il Consiglio di Stato, seguendo le indicazioni del parlamento, ha licenziato un messaggio con cui propone di passare, il 1° giugno 2018, dall’attuale modello amministrativo, basato sulle Arp, a quello giudiziario, con le Preture competenti dell’applicazione delle disposizioni sulla protezione del minore e dell’adulto. Una soluzione che ora non convince del tutto il Gran Consiglio, quello uscito dalle urne nell’aprile 2015. Per l’esattezza non convince del tutto la sottocommissione della Legislazione che sta esaminando il messaggio governativo, riguardante un dossier, peraltro, estremamente delicato per le sue implicazioni di carattere sociale. «In questi mesi abbiamo

svolto numerose audizioni e avuto diverse discussioni al nostro interno – dice, interpellata dalla ‘Regione’, la coordinatrice della sottocommissione, la leghista Amanda Rückert –. Sono emersi argomenti favorevoli e contrari al sistema giudiziario. Insomma, sul prospettato modello non c’è consenso unanime, soprattutto fra gli addetti ai lavori. Per questo e per comunque apportare al più presto ulteriori correttivi all’organizzazione vigente, abbiamo scritto di recente al Dipartimento istituzioni invitandolo ad approfondire una variante». E la variante “che a mente della sottocommissione potrebbe essere ottimale, sarebbe il mantenimento del modello amministrativo, con la diminuzione del numero delle Autorità regionali di protezione e/o la centralizzazione, rispettivamente la cantonalizzazione delle competenze” oggi comunali. Così si afferma nella lettera al Dipartimento che la sottocommissione presieduta da Rückert ha confezionato in giugno nella sua ultima riunione prima della pausa estiva. «La variante che suggeriamo – riprende la deputata della Lega – potrebbe magari risultare la soluzione definitiva. Oppure potrebbe essere una soluzione transitoria: in tal caso si deciderà se trasferire o meno il settore tutele all’apparato giudiziario quando si avrà un quadro più preciso degli sviluppi della riforma ‘Giustizia 2018’, della quale il citato trasferimento dovrebbe costituire uno dei tasselli».

Aspetti critici e rimedi

Nella missiva si ricorda anzitutto l’esito delle audizioni in particolare con pretori e presidenti delle Arp. I quali “hanno evidenziato alcuni aspetti critici del messaggio”: da un lato vi è “la preoccupazione delle Preture di integrare un settore oggi retto da prassi amministrativa e di competenza dei Comuni”, dall’altro vi è la situazione odierna, la quale “richiede sicuramente correttivi, da cui la necessità evidente di assestare” il settore. Dato che l’approvazione parlamentare del messaggio, con conseguente adozione del sistema giudiziario, sarebbe “una soluzione irreversibile”, la sottocommissione “chiede” al Dipartimento “di voler approfondire una variante” che consenta appunto “di assestare il settore, sopperendo ai problemi evidenziati dall’autorità di vigilanza e dai presidenti delle Arp”. Ossia il mantenimento del modello amministrativo, con riduzione del numero delle Arp e/o “cantonalizzazione” delle competenze. “Eccessiva burocrazia, ritardi nelle decisioni e nell’approvazione dei rendiconti, poca uniformità nelle procedure (...) sono solo alcuni degli aspetti che andrebbero risolti”, prosegue la lettera. Ma la sottocommissione è pure pronta a considerare un modello misto, anche se secondo Berna, fa sapere Rückert, «è sì possibile affidare i compiti di protezione dei minori e degli adulti a due camere separate ma in seno alla stessa autorità». “Se sarà ritenuto opportuno e nonostante il parere dell’Ufficio federale di giustizia”, la sottocommissione, si legge dunque nella missiva, “non si oppone all’eventuale approfondimento della possibilità di attribuire il diritto di famiglia alle Preture, mantenendo i classici compiti di protezione ad autorità amministrative”. I commissari sollecitano inoltre il Dipartimento, alla luce dell’opinione federale, a valutare “la possibilità di scindere le competenze in materia di protezione dell’adulto da quelle dei minori, pur mantenendo entrambe” all’interno di autorità amministrative. La presa di posizione del Dipartimento istituzioni? Possibilmente “entro la fine del prossimo mese di settembre”, auspica la sottocommissione.

 
 

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