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Bigenitorialità? Crederci PDF Stampa E-mail
Giovedì 19 Aprile 2018 09:14
Il lungo e delicato processo legislativo inerente all’affidamento dei figli di genitori divisi ha dovuto confrontarsi con i mutamenti sociali in atto anche nelle famiglie ticinesi: quali i contraccolpi e quali gli stimoli positivi? Nostra intervista a Ma

Da: laRegione - 10 Apr 2018 - Di Cristina Ferrari

Mamma e papà e in mezzo loro

Le cifre ce lo confermano. Se il numero di matrimoni e unioni continua a scendere, quello di separazioni e divorzi tende diversamente a gonfiarsi. Addii che comportano, spesso, dolori e tensioni, soprattutto se la coppia non è sola. Perché accanto alle preoccupazioni e ai punti interrogativi di una nuova vita si fa largo il problema del come suddividersi i piaceri, e gli onori, dell’educazione dei figli. Un processo legislativo lungo, quello a cui è andato incontro l’ordinamento svizzero, consolidatosi in oltre tre lustri, e a monte del quale vi è il concetto, fondamentale, della bigenitorialità. Un processo che in Svizzera è stato avviato nel 2000, con la nuova legge sul divorzio, e che è passato attraverso la ‘grande rivoluzione’ del 2014 e l’approdo, nel 2017, alla custodia alternata. Di questo importante passaggio, nel ruolo di genitori divisi ma uniti dalla presenza di uno o più figli, e dei suoi delicati risvolti sulla nostra società e sulla nostra cultura, ne abbiamo parlato con l’avvocato Maria De Pascale, esperta in diritto di famiglia e collaboratrice esterna dello studio legale Prospero di Lugano. «Il concetto di bigenitorialità nasce nel 1989 con la Convenzione Onu di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dove per la prima volta si parla del bambino in termini di diritti – ci spiega gli albori della tematica –, e cioè, del diritto che mamma e papà partecipino entrambi attivamente nella stessa misura alla sua crescita, alla sua formazione, e questo a prescindere che siano sposati o separati. Convenzione, sottoscritta dalla Svizzera il 24 febbraio 1997, fra quelle che hanno ottenuto le maggiori ratifiche a livello di Stati. Non ebbe però un’immediata traduzione in pratica». Il cosiddetto ‘appalto’ dei figli, con rispettive maggiori responsabilità, non fu dunque più solo a carico della madre? «Varie dinamiche si sono intersecate. Sia il legislatore sia i giudici hanno risentito per anni del modello di famiglia tradizionale in cui la mamma era la regina della casa e il papà lavorava occupandosi delle questioni economiche. Vi era una centralità della figura materna nell’accudimento dei bambini. Inoltre, la legge non prevedeva l’autorità parentale congiunta al di fuori delle famiglie unite in matrimonio. Quando la famiglia si scioglieva il giudice doveva decidere a chi attribuire l’autorità parentale ed era un automatismo che proseguisse con chi fino a quel momento si era occupato dei figli e, quindi, la mamma».

L’apice della custodia alternata

Nel 2000, per la prima volta, viene inserita nel Codice civile la possibilità che il giudice disponga dell’autorità parentale congiunta, ma ciò con dei paletti: dev’esserci l’accordo dei genitori, altrimenti il giudice, dovendo applicare la legge, doveva disporre l’affidamento esclusivo ad uno o l’altro genitore, preferendo sempre quello che fino a quel momento si era dedicato di più ai figli, anche per garantirne la stessa impostazione educativa. Avvertendo però nel tempo un certo ‘scollamento’ dai mutamenti sociali in atto: «Le famiglie nell’ultimo ventennio sono mutate – ci illustra i cambiamenti l’avvocato –, le donne hanno sentito l’esigenza di avere una propria professione per realizzarsi, i papà hanno assaporato il piacere della paternità partecipando più attivamente all’educazione dei figli (fare i compiti insieme per esempio), quando in passato le decisioni le assumeva soprattutto la mamma e i papà andavano a rimorchio. Una legge, dunque, che non soddisfaceva appieno. Anche se entrambi i genitori dovevano essere informati e compartecipi nelle decisioni, uno dei due perdeva la continuità della relazione». E le conflittualità non mancavano. «La grande rivoluzione la si ha nel 2014 – rimarca Maria De Pascale – quando entra in vigore la Legge federale sull’autorità parentale. Si ribaltano i termini e la regola adesso è l’affidamento congiunto. Con una sola differenza, le coppie non sposate lo devono richiedere. I genitori insieme devono decidere per la custodia e sono coprotagonisti di un accordo, altrimenti entra in scena il mediatore familiare». Quattro anni più tardi, nuova fondamentale svolta, la custodia alternata.

 
 

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